Nell’ambito di Residenze Marche Spettacolo si è svolta “Fuori Campo”, l’ultima residenza dell’edizione 2020 a Villa Nappi, Polverigi (AN), sede di InTeatro, dall’1 al 15 febbraio 2021. La protagonista Lucia Mauri, danzatrice marchigiana della Compagnia La Lucina di Milano, ha concesso una restituzione che, viste le misure restrittive, si è tenuta a porte chiuse, alla quale, tuttavia, noi del CMS abbiamo potuto assistere. Vogliamo quindi raccontarvi il risultato di questa prima residenza assoluta del progetto “Fuori Campo”, frutto della creatività della Compagnia La Lucina, con regia di Guido Mannucci, drammaturgia di Riccardo Novaria, performer Lucia Mauri e musica di Henryk  Górecki, sinfonia n. 3. Polish National Radio Symphony Orchestra diretta da Krzysztof Penderecki, voce Beth Gibbons.

La cosa che si nota immediatamente, durante i primi istanti della performance, è una melodia dalla cadenza morbida e transitiva che sembra quasi seguire il ritmo del respiro di Lucia Mauri, alla quale si allineano all’unisono tutti gli altri suoni. Su queste note drammatiche e malinconiche, la danzatrice si muove in cerchio, con linee pure e movimenti netti che cercano una chiusura e un’apertura, creando l’impressione di un ciclo continuo e ininterrotto.

Lucia Mauri in Fuori Campo. Foto Compagnia La Lucina.

Con i suoi movimenti statici, lenti, ogni cambio di posizione viene protratto così a lungo da esasperarlo, creando una soffocata frenesia nello spettatore che, abituatosi alla ciclicità dei movimenti, attende con impazienza il prossimo passo, alla ricerca di un messaggio che pare sfugga. La performance crea un costante sentimento di attesa che sembra dover però rimanere insoddisfatto, come una stretta allo stomaco che sai che si calmerà ma non sai quando…

Progressivamente, osservando questo girotondo marmoreo, si inizia a percepire un cambiamento: i movimenti, ora così studiati, cominciano ad impadronirsi del corpo della danzatrice. Le braccia, le gambe, la testa di Lucia sembrano come trasportati dallo stesso vento che fa turbinare la sabbia nel deserto. Una potenza leggera e invisibile, come la gravità. Guardandola ora, si direbbe che la mente abbia abbandonato la stanza per lasciar muovere libero il fisico, il quale riesce ad essere padrone assoluto solo in quegli attimi di spensieratezza dove tutto si annulla e conta solo il ritmo, il respiro, l’attimo fuggente di armonia completa.

Lucia Mauri in Fuori Campo. Foto Compagnia La Lucina.

Ma la consapevolezza torna sempre, e riprende in mano gli equilibri. 

Volteggiando al centro della stanza, Lucia Mauri sembra inscenare una lotta tra il corpo e la mente, i quali tentano di farsi spazio all’interno dello stesso involucro che è l’umano. Questa battaglia, tuttavia, è cauta, sommessa… come se le due entità, pur sapendo di non poter coesistere a pieni poteri, cercassero di trovare ognuna il proprio incastro e infine fondersi amabilmente.

Nel frattempo, la melodia si evolve e sembra quasi assumere i suoni di una musica sacra, religiosa. Un velo di mistero pervade costantemente la scena e tiene lo sguardo dello spettatore incollato al corpo della danzatrice, come se si aspettasse di veder risolto il mistero entro la fine del tempo.

La performance culmina con un interminabile turbinio della danzatrice, la quale allunga le braccia verso l’esterno come a mostrare ciò che ci circonda, o forse aspettando un qualcosa o qualcuno. Starà forse aspettando proprio il messaggio che ci sfuggiva all’inizio? 

Lucia Mauri in Fuori Campo. Foto Compagnia La Lucina.

Improvvisamente, la stretta allo stomaco iniziale comincia a placarsi.

Durante quelle rotazioni, la musica sembra brillare, illuminando la stanza. Chi guarda raggiunge uno stato di piacevole confusione, che va creando un’esaltata serie di domande che nascono e scoppiano dentro di noi, irrisolte. Tutti i perché che ci siamo sempre posti improvvisamente sono lì, davanti a noi. Gli occhi iniziano a vedere ciò che lo spettatore sente, non più quello che viene mostrato loro.

Ed ecco allora che iniziamo, quasi non volendo, a riflettere su ciò che abbiamo visto: le posizioni assunte mentre girava in cerchio ci sembrano ora descrivere alcuni passaggi della vita di tutti noi, dal gattonamento al momento in cui ci alziamo in equilibrio sulle nostre gambe, a riprova che la danza è un linguaggio universale e che può parlare a tutti. Infatti, anche quando il significato sembra sfuggire, gli elementi compositivi della performance possono essere scomposti e riassemblati secondo la propria chiave di lettura, trovando dentro noi stessi quel messaggio inizialmente incomprensibile.

Ilaria Ciaroni
Marianna Scognamiglio